Patrizia ha bisogno – è veramente fame e sete – dell’immaginazione e dell’immagine, cioè dell’espressione figurativa. E vuole la letteratura come lo spazio della non-letteratura e dell’impotenza della parola scritta. L’urlo di una MULA, ripetuto, è impetuoso e imbarazzante, per chi non muore della malattia-arte (e di amore): la letteratura non mi basta, la letteratura non dice tutto né a me né ad altri, la letteratura è una sequenza di grafemi senza grafica e di suoni che rimandano a contenuti. L’occhio raccoglie, e non contempla come un’immagine, la parola scritta. Allora la PAROLA dovrà coincidere con l’ARTE, ed entrambi riversarsi in «forme» grafiche e/o letterarie. E questo Nome sacro, Parola, che copre metalinguisticamente realtà diverse, opera in tempi e spazi in cui manca l’interlocutore o la risposta del pubblico è «tienitela pure». MA ALA e TRAUM (sogno) vibreranno insieme, verso un altro pubblico, non necessario e non rivoluzionario in sé (in realtà la vera rivoluzione è personale, in Patrizia: l’impegno delle mani a dipingere e della bocca a modellare la Parola, semplicemente ma con dignità): l’unica necessità riguarda il «bene», che la MALA della storia («ti hanno solo educata male») cerca, con esperimenti che riducono la distanza («La poesia mi sfiorava per non pungersi: ora è la mia anima»: e anima è l’ALMA).
massimo sannelli
massimo sannelli

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